Il “camp”, come abbiamo già visto nella definizione data dallo studioso Masi “è ambiguo ed ingannatore, ma proprio per questo seducente e irresistibile”. Concetto che sta alla base della definizione di culto camp attribuito al film “Sunset Boulevard” di Billy Wilder con la rediviva Gloria Swanson. Una vita esageratamente sopra le righe che diventa sopravvivenza nel culto di sé stessa, fino all’emozionante finale in cui anche, le pur faraoniche, scale di casa divengono un ideale teatro per la messa in scena della propria follia.
Uscito negli Stati Uniti nel 1950 fu da subito accolto con grande favore da pubblico e critica; non altrettanto calorosa fu la reazione di molti personaggi protagonisti della Hollywood del tempo, per molti versi offesi dall’opera di Wilde, accusato ad esempio dal produttore Louis B. Mayer di “sputare nel piatto” in cui lo stesso Wilder mangiava. Mentre il Time lodava il film, definendolo “il lato peggiore di Hollywood raccontato nel modo migliore”, l’attrice Mae Murray, diva del muto coetanea della Swanson, si dichiarò offesa dal personaggio di Norma Desmond.
La trama del film prende le mosse da un episodio di cronaca al quale Wilder e i suoi co-sceneggiatori, Charles Brackett e D. M. Marshmann Jr, si sono ispirati: la vicenda di una attrice morta nel 1930, Mabel Normand, travolta da uno scandalo nel 1922 poiché sospettata dell’omicidio del suo collega e amante William Desmond Taylor; dai nomi dei due protagonisti di quella vicenda ha origine quello della protagonista del film: Norma Desmond.
In estrema sintesi ecco la trama: Joe Gillis (William Holden), giovane sceneggiatore squattrinato e a corto di idee, capita per caso, cercando di sfuggire a dei creditori che vogliono prendersi la sua auto in una villa apparentemente disabitata, lungo il Sunset Boulevard di Hollywood. In realtà nella casa abita una diva del cinema muto (Gloria Swanson), ritiratasi a vita solitaria ed il suo maggiordomo (Eric Von Stroheim). La diva vive nel ricordo dei suoi successi, circondata da foto della propria carriera, coltivando il sogno di un ritorno in grande stile con una pellicola ispirata alla vicenda di Salomé, per la stesura della quale chiede e ottiene l’aiuto del giovane sceneggiatore, il quale non solo intravede la possibilità di un facile guadagno ma anche un’occasione di sparire per un po’ dalla circolazione e dai propri creditori.
Joe finisce per diventare l’amante e il mantenuto della vecchia diva, assecondando le sue manie e il suo sogno di tornare a recitare finché l’amore per una giovane soggettista della Paramount non gli fa guardare in faccia la realtà, decidendo di chiudere la relazione con l’attrice, la quale a sua volta, sentendosi tradita lo uccide in un momento di follia.
Nel film di Wilder la finzione e gli eccessi di un mondo come quello di Hollywood, si intrecciano alla vita reale dei protagonisti chiamati ad interpretarlo; la stessa sceneggiatura fu completata a riprese già iniziate, proprio per cogliere le suggestioni e le alchimie che una vicenda del genere poteva creare tra gli attori, direttamente chiamati in causa dalla storia.
Le foto a casa di Norma Desmond sono proprio quelle di Gloria Swanson, all’epoca dei suoi successi muti, così come è sempre la Swanson la protagonista della pellicola che viene mostrata a Joe: si tratta di alcune scene di un film interpretato da Gloria, ma mai distribuito, poiché la stessa attrice aveva licenziato il regista dopo incomprensioni e discordanti opinioni sulle riprese. Il regista in questione era Erich Von Stroheim, cioè l’attore che in “Sunset Boulevard” interpreta il maggiordomo dell’attrice, nonché ex marito e pigmalione.
Un film di finzione, intrecciato a vicende reali, per raccontare la magia e lo squallore della fabbrica per eccellenza delle finzioni cinematografiche. Una menzogna, insomma, che dice la verità.
Sono molteplici in tutta l’opera i momenti in cui si esemplifica al meglio questo intreccio tra finzione e realtà: i vecchi amici di Norma che periodicamente vanno a farle visita, per una partita a carte, sono effettivamente vecchie glorie del cinema e suoi colleghi: Buster Keaton, Anna Q. Nilsson, H. B. Warner; Norma e Joe vanno a trovare il regista Cecil B. DeMille, sul set del film che all’epoca stava effettivamente girando, “Sansone e Dalida”.
Tutto il film è percorso da un’ironia funerea e macabra, come nella celebre sequenza nella quale Norma e il maggiordomo danno sepoltura alla scimmia dell’attrice. Basti poi pensare al fatto che l’intera vicenda è un flashback raccontato da un cadavere, quello di Joe stesso. Sequenza magistralmente girata e ottenuta grazie all’utilizzo di uno specchio nel quale si rifletteva il corpo di Holden, che così appare ripreso dal fondo della piscina in cui galleggia. Questa scena, a mio avviso, basterebbe da sola a smentire le accuse rivolte spesso a Wilder e che lo dipingono come troppo legato alla cura esclusiva delle sceneggiature e meno alla qualità delle immagini. Tutto il film è inoltre molto curato nelle luci e nel dosaggio dei chiaro scuri: esemplare il momento in cui Norma, trafitta dal raggio di un proiettore cinematografica, si alza ed esclama la famosa battuta: “Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo”. È proprio grazie alla luce inoltre che si sviluppano due dei momenti più intensi (e camp) del film. Il primo ha luogo durante la visita di Norma sul set di DeMille: nessuno sembra riconoscere la grande diva finché un tecnico delle luci non le punta per caso addosso un riflettore. A quel punto tutti accorrono a salutarla. Sono i riflettori a creare le star, a guidare l’interesse del pubblico! L’immagine è tutto, prima ancora della parola; la stessa odiata parola che ha decretato la fine della carriera di Norma, con l’avvento del sonoro. Poco prima di questa scena, in un altro momento assai riuscito del film, Norma allontana da sé, con aria seccata, un microfono che le penzola davanti. Il secondo momento, in cui la luce è protagonista, con gli stessi attori, è nel finale.
Norma è attesa dalla polizia che vuole arrestarla per l’omicidio di Joe. Si trova nella sua stanza, accecata dalla follia: crede di essere al trucco per iniziare le riprese della sua Salomè! Nessuno vorrebbe fare nei suoi confronti un gesto di violenza, accompagnandola con la forza verso le volanti parcheggiate in giardino. Come fare dunque? Il maggiordomo risolve la questione entrando nello stesso delirio di Norma: le dice che tutto è pronto per iniziare a girare. Quando l’attrice compare in cima alle scale le da il ciak, ricordandole che si trova sulla sommità dello scalone del palazzo di Salomè appunto. Si accendono i riflettori degli operatori dei cine giornali, accorsi per filmare lo scoop: “Una stella tramontata fa parlare di sé”. Norma avanza con un incedere solenne, abbagliata da quelle stesse luci, ma, vinta dall’emozione, si ferma per ringraziare tutti:
“Voglio soltanto dirvi quanto io sia felice di essere nuovamente allo Studio. Nuovamente al lavoro. Quanto mi siete mancati tutti voi. Ma vi prometto che non vi lascerò mai più. (…) Perché questa è la mia vita e lo sarà per sempre. Non esiste altro; solo noi. E la macchina. E nell’oscurità il pubblico che guarda, in silenzio.
Eccomi DeMille, sono pronta per il mio primo piano!”
Dissolvenza. Fine.
Gloria Swanson si rivelò grandemente all’altezza del ruolo e perfettamente in parte, ma non fu facile trovare la protagonista di “Sunset Boulevard”; Mae West fu la prima a declinare, in quanto si riteneva troppo giovane per la parte. Mary Pickford lasciò dopo il rifiuto della sua richiesta di voler imporre alcune modifiche alla sceneggiatura per tutelare la propria immagine. Pola Negri fu scartata per il suo accento straniero, mentre Greta Garbo neanche prese in considerazione l’offerta: troppo impegnata a difendere il suo ruolo da grande attrice ormai ritiratasi dalle scene. A nutrire con l’assenza il culto planetario che le cresceva intorno
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