"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
In più di un’occasione mi è capitato di leggere affermazioni che escludono dalla cultura italiana lo spirito camp. Tra queste Vieri Razzini, che scrive: Il camp è estraneo alla cultura del nostro Paese perché il classicismo è ancora dominante, si potrebbe dire, ma anche perché siamo un popolo di piccolo borghesi, e come tali siamo prudenti, conservatori e perbenisti.
A tal proposito, (si veda post precedente!) in quella sterminata fonte di risorse che è oggi Internet, mi sono imbattuto in un simpatico ed esplicativo articolo del giornalista statunitense Christopher Harrity, direttore di una rivista gay on line molto seguita, che riporto qui nella traduzione di Alberto Moni, a cui si devono anche le piccole note in corsivo per quanti magari vorranno saperne di più su personaggi, forse un po’ estranei alla nostra cultura, ma per i quali credo non sia complicato immaginare dei più “nostrani” corrispondenti.
Occorre partire già annunciando una difficoltà non da poco, circa una possibile definizione dell’oggetto in discussione nonché una ambigua etimologia.
Il termine stesso, Camp, è fonte di irrisolte questione linguistiche, poiché alcuni lo fanno risalire all’espressione “Army camp”, accampamento militare e grande calamita della prostituzione di entrambi i sessi, mentre altri ancora dall’inglese kemp, una sorta di simpatica canaglia, uno scugnizzo britannico.