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«La signora Cecioni è nata da tante piccole signore che forse oggi non ci sono più o sono molto cambiate. A me è sempre piaciuto osservare nei luoghi pubblici, ascoltare i discorsi, rubare le frasi e prendere nota. L'ho fatto per anni, un lavoro divertente grazie al quale sono nati tanti personaggi. Ora è un po' più difficile. La gente non discute più, urla.Sono diventati tutti più fanatici, incattiviti, e soli». (Franca Valeri)
Dopo un periodo d'assenza, sostanzialmente legato al suo letargo, la marmotta indagatrice della rete è tornata...E per fare il punto della situazione sulle manie dei blog nel sito delle Drunk Queens, ha scovato:
Glamour d'altri tempi: immagini sbiadite d'una bellezza artefatta, costruita ad arte per far risaltare la Diva, quella con l'iniziale maiuscola, ad uso e consumo di adoranti fans.
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In una giornata così piena di grigio, che neanche ad una sfilata di Armani, si è facili prede della tristezza. Di quelle trascinanti come in un flamenco.
Nel variegato mondo gay, esiste una particolare categoria in cui l'auto ironia è, non solo una precisa forma mentis ed un modo di essere, ma anche una potente forma di seduzione. Saper ridere e far sorridere attraverso la propria fisicità, i propri riferimenti di vita, gli "svantaggi" di partenza per non aver aderito ad un modello estetico dominante, fanno di questa categoria un'isola felice per molti.
Poco o niente conosciuta da noi, praticamente una star nel mondo anglosassone: Dame Edna è una sorta di Platinette made in Australia. Il personaggio è interpretato dall’attore caratterista Barry Humphries. Parrucca vistosa, occhiali da far invidia ad Elton Jhon, Edna da anni tiene banco in Tv e a teatro.
Da oggi è disponibile nella vetrina del sito "Del Camp"! Una ricerca sul gusto "camp", sull'estetica e il linguaggio condiviso di questa particolare "sensibilità". Partendo dal blog presente sul sito delle Drunk Queens, Gianluca Meis ha realizzato un percorso storico e critico che dal famoso saggio della scrittrice Susan Sontag (recentemente scomparsa) l'ha portato ad analizzare poi alcune particolari figure e manifestazioni tipiche del camp: le sue icone, i personaggi più famosi, da San Sebastiano a Joe Dallessandro, da Mae West a Moira Orfei, passando per Paolo Poli o Raffaella Carrà.
Negli anni successivi all’esperienza per Mizer, altra fonte di guadagno per Joe fu la prostituzione. In quel periodo andava a letto con gli uomini, avrebbe dichiarato più tardi, perché “riuscivo a gestirli meglio”. E di questa capacità gestionale, chiamiamola pure così, abbiamo anche un documento filmato: una pellicola pornografica clandestina, destinata a remunerativi mercati illegali per l’epoca, in cui Joe fa del sesso con un uomo. Questo filmato finirà pure in un vero e proprio film porno del 1977, diretto da Jack Deveau e intitolato “Hot House”: il protagonista del film, l’attore-icona del genere Jack Wrangler, si masturba davanti alle immagini di Joe sodomizzato.
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Chi scrive, all'epoca di questa "apparizione", aveva solo 11 anni; eppure ricordo perfettamente quel senso di stupore misto a curiosità e attrazione che mi tenne incollato allo schermo fino al dispiegarsi del ventaglio!
Ogni intento biografico deve fare i conti con una forma di interpretazione. Deve scendere a patti spesso con una lontananza dall’oggetto d’analisi e nutrirsi di informazioni a loro volta frutto dell’interpretazione di qualcun altro. E quando questo “altro” è la vita, la storia di una persona, o peggio, di un “personaggio” le cose si complicano ulteriormente. Si hanno a disposizione “pareri”, “impressioni”, “aneddoti”, registrati nella memoria e riferiti in modo personale, magari con l’aspirazione di ritagliarsi uno spazio differente, un momento di maggior esposizione alla luce di chi si vuole raccontare.
Fin dalla loro prima apparizione, sotto forma di striscia comica del New Yorker Magazine, gli Addams rappresentano una stravagante svolta rispetto ai soliti fumetti seriali dell’epoca. Per Charles Addams - un personaggio curioso, morto il 28 settembre 1988, a cui si è ispirato anche Tim Burton per la sua forma originale di horror grottesco - le sue creature non erano semplicemente una "parodia" dell'horror gotico classico, come sono stati invece ad esempio i Munsters, ma una sorta di autentico ideale di famiglia cui potersi ispirare.
È il trionfo del conformismo borghese, un programma da oratorio, coi mutandoni di lana. Sopraffatti da un'invenzione che li superava, i primi realizzatori non osano aggiungere nulla al prodigio tecnico. Ci volle un anno perché monsieur Léar, operatore del famoso fotografo Pirou, concepisse un'idea ragionevolmente ardita, realizzando il supercolosso di sessanta metri di pellicola intitolato "La sposa va a letto".
L'ardimento si limitava ai sottintesi, perché la sposina del film, entrava nella camera nuziale dopo aver rivolto un sorriso pieno di promesse al marito invisibile, cominciava a togliersi di dosso strati di stoffa, nel primo spogliarello che la storia ricordi.
Milleottocentonovantacinque, Bismarck compie ottant'anni e i francesi pensano che esagera in longevità. Per i libertini di tutto il mondo andare a Parigi equivale a prendere la laurea. I sarti da uomo invocano il ritorno ai calzoni corti e alle calze di seta. Re Leopoldo del Belgio , detto Poupole, cede allo Stato una sua proprietà privata chiamata Congo; in un accesso di romanticismo avrebbe anche potuto cederla alla fida amante Oleo de Merode.
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Prima della Winehouse, prima del consumo mediatico del sesso - miracoloso testimonial di qualsiasi prodotto eletto a rifugio certo di ogni responsabile marketing a corto di idee - prima di Giusy Ferreri, prima del revival di qualsivoglia annata musicale...
Quanto ci mette a truccarsi così?
«Un’ora, faccio tutto da sola».
Un’idea di Dino De Laurentiis, giusto?
«Mi offrì la parte in un film. Allora avevo i capelli lunghi e ricci. Mi trasformò. Mi disse di non cambiare mai perché solo le donne senza personalità cambiano spesso il look. Infatti siamo sessanta milioni, ma così ci sono solo io».
Il marinaio ed il suo mondo torna spesso anche nelle opere di Pierre & Gilles, artisti dallo stile inconfondibile e personale, creatori di mondi fantastici, colorati e pop, in cui religione, erotismo, mitologia, sesso e candore convivono perfettamente.
La via dell'eccesso, come veicolo per una riconoscibilità immediata. Una "forma" estetica e spettacolare che (ne sa qualcosa anche Mina) si trasforma in culto.
Miranda Orfei, meglio nota come Moira, nasce il 21 dicembre 1931 a Codroipo, in provincia di Udine.
Eccentrica dal look inconfondibile, esuberante, icona kitsch, con il suo trucco da bambolina, con gli occhi sempre marcatamente cerchiati dal rimmel, il rossetto appariscente rosa fucsia, il neo accentuato sopra il labbro, la grande quantità di cipria, l'inseparabile turbante a slanciare al cielo la capigliatura, sono tutte caratteristiche inconfondibili di Moira Orfei, considerata la Regina dell'arte circense italiana.
Il saggio di Susan Sontag, a cui più volte ci si è riferiti in questo lavoro, ha svolto per anni un ruolo fondamentale per quanti hanno cercato di raccontare e descrivere il camp. È stato un punto di partenza, un primo e originale tentativo di descrive qualcosa di cui si percepiva l’esistenza ma di cui ancora sfuggivano implicazioni e possibili evoluzioni.
Grazie ai remix pubblicati per "Song For The Lonely", la canzone è ballatissima nelle discoteche, e Cher si conferma ancora come artista dance del momento raggiungendo di nuovo la prima posizione. Living Proof viene finalmente pubblicato in territorio americano, entrando direttamente al numero 9 di Billboard in aprile.
Nel 1980, all'età di 34 anni, Cher decide di creare una band dal filone rock-punk-new wave con l'allora fidanzato chitarrista Les Dudek; da questa idea nascono i Black Rose e un album che porta lo stesso nome. La presenza di Cher nella band non è affatto pubblicizzata, il nuovo progetto resta all'oscuro di molti fan della cantante, e le vendite dell'LP sono quasi inesistenti. Cher è comunque eccitata dalla sua vena rock, e nel 1982, dopo aver sciolto i Black Rose, registra un altro album da solista, intitolato I Paralyze. Anche con diverse apparizioni televisive, il nuovo lavoro viene pesantemente criticato e non vende una copia.
Ben cinque Grammy per la Winehouse…maliziosi! Non di qualche strana droga! I prestigiosi premi della musica! Ma non è questa la notizia più importante della serata in cui quei premi sono stati consegnati. No. In contemporanea con la ricorrenza dell’apparizione della Madonna di Lourdes è tornata Cher! Un colore “naturalissimo” di capelli, zigomi altrettanto “naturali”, quasi come il color albicocca delle meravigliose labbra da sessantenne: sto esagerando?
Per le manifestazioni camp italiane, senza rinunciare al gusto del retrò, del rimpianto per i venti anni precedenti, a quel gusto d’infantile ricordo che c’è nel raccontare di qualcosa che non è più, citiamo anche il Trio Lescano: il quale dai microfoni dell’ Eiar cantava “Tuli-Tulipan” o “Maramao perché sei morto?”, strofette mai finite nel dimenticatoio.
In più di un’occasione mi è capitato di leggere affermazioni che escludono dalla cultura italiana lo spirito camp. Tra queste Vieri Razzini, che scrive: Il camp è estraneo alla cultura del nostro Paese perché il classicismo è ancora dominante, si potrebbe dire, ma anche perché siamo un popolo di piccolo borghesi, e come tali siamo prudenti, conservatori e perbenisti.
Figlia di un palafreniere del re Umberto, la mitica regina del teatro di rivista italiano, equiparabile a personaggi come Mistinguett e la Baker, si è presto trasferita a Milano, sua patria elettiva fino alla morte, curata con amore dalla sua unica figlia Cicci: l'inverno nella bella casa di via Verri, l'estate in vacanza ad Alassio, la pizza d'obbligo al `Santa Lucia', il classico ritrovo del dopo spettacolo. La passione per il teatro era per lei motivo di vita, ma da ragazza ebbe solo il permesso di studiare il violino: un po' poco per le impetuose esigenze di quella giovane piena di volontà destinata a diventare la leggenda della passerella, il misterioso prototipo del teatro leggero visto nel suo fulgore misto di lusso e di sogni, così come apparve laggiù nel dopoguerra.
Il “camp”, come abbiamo già visto nella definizione data dallo studioso Masi “è ambiguo ed ingannatore, ma proprio per questo seducente e irresistibile”. Concetto che sta alla base della definizione di culto camp attribuito al film “Sunset Boulevard” di Billy Wilder con la rediviva Gloria Swanson. Una vita esageratamente sopra le righe che diventa sopravvivenza nel culto di sé stessa, fino all’emozionante finale in cui anche, le pur faraoniche, scale di casa divengono un ideale teatro per la messa in scena della propria follia.
La donna da quattro milioni di dollari esiste veramente!
Si chiama Jocelyn Wildestein: ex fotomodella, attrice che non ha lasciato alcuna traccia, frequentatrice di talk show americani che le hanno regalato una certa notorietà.
A cosa si deve questa notorietà? Al fatto che apputo Jocelyn ha speso quattro milioni di dollari...per ridursi così! Cliccate "Leggi tutto" solo se non siete tipi impressionabili!
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Elegante, raffinato, così a suo agio con il papillon al collo da destare invidia per i modi, ammirazione per la figura e un incantato stordimento nel sentire parole di alta fattura precedere, o di poco seguire, espressioni scurrili o piacevolmente dialettali. L’età indefinibile seppur sbandierata, che si dimentica non appena inizia a sorridere, a cantare o a muovere passi di danza riempiendo di sé il palcoscenico. Un personaggio, o meglio una persona unica, portata di peso ai giorni nostri da una dimensione favolistica dove è facile trovarlo in posa con Greta Garbo, nudo al fianco di Rita Renoir o in estasi tra le vesti di Rita da Cascia.
Una delle caratteristiche, e delle critiche ad esso rivolte, che colpisco di più del comportamento camp è che, sebbene si supponga sia un coming out, una plateale esibizione di “diversità” come un’espressione individualista, le persone camp tendono ad essere marcatamente simili. Ci sono elementi condivisi di tale comportamento e godimento estetico, elementi di riconoscibilità che creano identità e dunque cultura.
Più uno è personaggio, meno è individuo: nel far propri comportamenti dall’immediata riconoscibilità, si emerge dalla banale “norma”, ma si acquisiscono elementi che chiaramente ci fanno vedere e riconoscere, appunto, quale membri di una minoranza, una comunità.
Varnell arriva anche a sostenere che il saggio non sia altro che una sorta di “ricognizione nel campo nemico”, questo perché in origine pubblicato sulla rivista “Partisan Review”, al tempo considerata forse l’organizzazione più seriamente moralista in questioni politiche e culturali, e quindi la principale avversaria della sensibilità camp.
Nuovo spazio dedicato al Camp all'interno dei blog del sito.
Avete sempre trovato la Regina Grimilde più affascinante di Biancaneve?
Sognavate anche voi che Willy il coyote riuscisse a predere l’insopportabile Bip Bip?
Non vi spiegate perché a quattro anni restavate incantati nel vedere la Carrà ballare il tuca tuca?
Esplorate con noi l’intricato e poliedrico mondo del Camp!
Ad ennesima dimostrazione di come la nozione di camp sia un terreno minato e non sempre di chiara condivisione, vorrei soffermarmi ora su una delle critiche più feroci portata all’articolo di Susan Sontag, che per primo, come abbiamo già visto, ha cercato di dare una argomentata definizione del fenomeno. Tale critica è riportata in un articolo a firma di Paul Varnell pubblicato per la prima volta sul Chicago Free Press il 3 maggio del 2000 e intitolato “Sour Note on Camp”.
A tal proposito, (si veda post precedente!) in quella sterminata fonte di risorse che è oggi Internet, mi sono imbattuto in un simpatico ed esplicativo articolo del giornalista statunitense Christopher Harrity, direttore di una rivista gay on line molto seguita, che riporto qui nella traduzione di Alberto Moni, a cui si devono anche le piccole note in corsivo per quanti magari vorranno saperne di più su personaggi, forse un po’ estranei alla nostra cultura, ma per i quali credo non sia complicato immaginare dei più “nostrani” corrispondenti.
Occorre partire già annunciando una difficoltà non da poco, circa una possibile definizione dell’oggetto in discussione nonché una ambigua etimologia.
Il termine stesso, Camp, è fonte di irrisolte questione linguistiche, poiché alcuni lo fanno risalire all’espressione “Army camp”, accampamento militare e grande calamita della prostituzione di entrambi i sessi, mentre altri ancora dall’inglese kemp, una sorta di simpatica canaglia, uno scugnizzo britannico.
Non so dire con esattezza se l’ho sognato, immaginato (più probabilmente desiderato), oppure l’ho visto davvero. Forse era uno di quei concerti di beneficenza in Vaticano a cui Giovanni Paolo II ci ha abituato; lo scenario quello ormai familiare dell’Aula Nervi, la coreografia dunque assai suggestiva, con tanto di orchestra e coro in nero rigoroso.