|
Non so dire con esattezza se l’ho sognato, immaginato (più probabilmente desiderato), oppure l’ho visto davvero. Forse era uno di quei concerti di beneficenza in Vaticano a cui Giovanni Paolo II ci ha abituato; lo scenario quello ormai familiare dell’Aula Nervi, la coreografia dunque assai suggestiva, con tanto di orchestra e coro in nero rigoroso.
Qualche canzone tradizionale gospel (le quali sanno spesso essere di una noia del tutto particolare) e poi la sorpresa: Gloria Gaynor canta I Will Survive e Woijtila lì, davanti a lei, ad ascoltare. L’inno per eccellenza, ad elezione planetaria, del popolo gay (mi sia passato il termine “popolo”) cantato di fronte al Papa la cui dottrina morale non è certo storicamente riconosciuta tra le più progredite in merito.
And so you’re back from outer space.
I just walked in to find you here without that sad look upon your face.
I should have changed that stupid lock.
I should have made you leave your key,
if I’d known for joust one second you’d be back to bother me.
Questa immagine racchiude in sé, involontariamente certo, se non per il modo in cui l’ho fruita, alcuni degli aspetti più significativi del Camp, e che cercherò di illustrare in questo scritto.
Come ogni saggio, anche questo possiede pregi e difetti: per i primi mi rimetto al giudizio di quanti leggeranno questo lavoro, nell’elenco dei secondi segnalo da me un grande amore per l’oggetto di discussione, il quale forse può togliere obiettività, non a scapito, almeno mi auguro, della chiarezza.
Articoli correlati:
Articoli più recenti:
|