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Capitolo 1: Dalla definizione alla condivisione (seconda e ultima parte) Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Meis   
Lunedì 12 Novembre 2007 11:30

275040070_93aab894e2_o.jpgA tal proposito, (si veda post precedente!) in quella sterminata fonte di risorse che è oggi Internet, mi sono imbattuto in un simpatico ed esplicativo articolo del giornalista statunitense Christopher Harrity, direttore di una rivista gay on line molto seguita, che riporto qui nella traduzione di Alberto Moni, a cui si devono anche le piccole note in corsivo per quanti magari vorranno saperne di più su personaggi, forse un po’ estranei alla nostra cultura, ma per i quali credo non sia complicato immaginare dei più “nostrani” corrispondenti.

L’articolo si intitola “La lingua perduta del Camp”:
     
 I gay più anziani utilizzano spesso riferimenti culturali condivisi come mezzo per identificare altri gay in maniera discreta. Con il progredire dell’apertura sessuale, i gay più giovani avranno ancora bisogno delle chiavi culturali dei loro predecessori?
“I quarantenni sono i nuovi trentenni!” mi disse in tono brusco il mio amico e collega Nick quando lo trovai a fare il filo allo stagista ventenne del nostro ufficio.
“Be’, vorrà dire che ci sono solo 15 anni di differenza fra tu e lui, anziché i 25 che in realtà vi separano”, replicai.
 Io sicuramente non posso giudicare, ne la differenza di età mi hai mai fermato: ho una storia da 8 anni con un ragazzo che è di 13 anni più giovane di me. (L’aspetto negativo della cosa è che io sarò sempre il più vecchio della coppia e vedrò, da una posizione di “vantaggio”, il mio corpo andare  a pezzi). Ci sono coppie con differenze di età anche maggiori di 25 anni. Non è questo il punto. E’ il desiderio di essere giovane, di vedersi giovane, il modo di fare giovane che mi preoccupa.
Mi piacerebbe dimenticarmi completamente le questioni di età, come se non fosse un questione importante. Ma ci sono differenze culturali. L’adorabile sopra citato stagista, Tim, alcuni giorni fa sbagliò la pronuncia del nome di Joan Baez in una riunione, perché non l’aveva mai sentita nominare nei suoi brevi due decenni di vita.
Non c’è problema. Non sapevo chi fossero Jo Staford o Ruth Draper finché alcuni premurosi ragazzi più vecchi me lo svelarono quando ero al college. Non furono affatto turbati dalla mia mancanza di conoscenza e provarono piacere nell’ampliare il mio mondo rendendomi partecipe dei loro. Mi sento più o meno così, quando il mio ragazzo ha bisogno di qualche informazione sui musical degli anni ’50 della MGM oppure quando traccio i punti di connessione fra Christopher Isherwood, Liza Minnelli e Renée Zellweger a Chicago. Qualcuno deve farlo.
Fu interessante notare che quelli che maggiormente sogghignarono scuotendo la testa alla riunione dove Tim pronunciò in maniera scorretta Baez erano tutti colleghi, quando avevano trent’anni. Forse perché adesso sono in piena mezza età, sono più sensibili quando vedono che i loro riferimenti culturali non sono ancora arrivati alle nuove generazioni. I miei invece sono stati ramazzati da tempo nella spazzatura del passato. Addio Mimi Fariña (figlia di Joan Baez).
Non c’è alcuna necessità di martellare uomini gay che guardano lo sport e lavorano nelle loro auto. Ci sono persone impegnate in difesa dei diritti omosessuali che non hanno mai sentito parlare di “Eva contro Eva”. Ci sono allegri finocchi che non hanno mai sentito pronunciare le parole “Ma tu lo sei, Blanche!” Forse il gruppo di persone a cui sono più vicino sono semplicemente degli archivisti di cultura popolare della varietà camp che fatalità cercano partner sessuali dello stesso sesso. Ma c’è da dire che ci sono anche conoscitori della cultura camp eterosessuali. Frank Rich (giornalista politico e di costume del New York Times), ad esempio.
Il gruppo di persone con cui collaboro sin dalla tenera età di 13 anni sta creando una enorme biblioteca di riferimenti, codici segreti, brillanti imitazioni, di parodie gestuali che spesso sono datate 40 prima della loro nascita. Questo ha per caso a che fare con il fatto che abbiamo tutti le stesse tendenze sessuali?!
 C’era un tempo in cui un morboso interesse per i film di Busby Berkeley (coreografo di svariati musicals Hollywoodiani) era come una gigantesca forcina per capelli che risuonava metallicamente cadendo a terra (Ndr: parlare allo stagista delle forcine per capelli). Avevamo bisogno di questi gusti preconfezionati per identificarci e richiamare l’attenzione quando non si era nei vecchi affidabili e rugginosi bar gay. Così, mentre i miei compagni di scuola compravano l’ultimo album di Moby Grape e Blue Cheer (due gruppi rock degli anni ’70), io palpitavo trovando un vinile di seconda mano della Co-Star con un recitato di Tallulah Bankhead (attrice degli anni 30). Avevo un 78 giri di Bea Lillie (attrice di rivista degli anni ’30) che cantava “C’è una fata in fondo al mio giardino” (ma “Fairy”- fata vuol dire anche checca).
Ho incominciato il mio percorso a ritroso ed ho trovato amicizie durature. Certo c’erano personaggi  del mio tempo che attiravano la mia attenzione. Sentivo Bette Midler in qualche modo in sintonia con me. E Peter Allen? E persino il poderoso camp di Mae West era per me fresco e nuovo, così come andare in fumosi cinema d’essai per acquietare la mia insaziabile fame di teatralità e allusioni sessuali.
Uno degli aspetti più belli di lavorare in un giornale gay e lesbico è che arrivano sempre nuovi allievi da educare. E’ divertente farne un evento di gruppo, compilando liste di films da vedere  per i nuovi laureati. Provare a spiegare l’ineffabile significato di camp (Susan Sontag non fu poi così utile per me – per voi?). Mi ricordo che una volta ho realizzato dei cartelloni per un nuovo editore, ognuna con una foto di un personaggio del cast di “The Women” da una parte e il relativo nome dall’altra. Si sbagliava sempre con Phyllis Povah.
Ma dal momento che la necessità di linguaggi segreti e di riferimenti “in” si sta estinguendo – chi ha bisogno del velato Franklin Pangborn quando si ha il completamente esplicito Solo Jack (Will&Grace) – il linguaggio camp si perderà? Chi insegnerà ai giovani? Certo, sono adorabili contenitori, ma dovranno pur essere riempiti con qualcosa, no?
E anche se sono superiore a loro come cultura, in certi circoli sono ancora come uno studente. In un centro sociale che frequento c’è una coppia di settantenni. Uno dei due era un intimo amico di George Cukor. Quando Judy Garland era in città, stava sempre a casa sua. Siedo con lui e lo prego in ginocchio di raccontarmi delle storie dei grandi vecchi gay. Lui è una miniera d’oro di aneddoti e ne sa di ognuno. Sfortunatamente è un gentiluomo e raramente si lascia scappare qualcosa di poco gentile. Hedda Hopper lo avrebbe odiato. Devo chiedergli se l’ha conosciuta.
Ci sarà il camp nel futuro? E’ incoraggiante vedere i bambini di oggi scoprire i prodotti del passato e divertirsi in maniera semplice e ironica. Grey Gardens fu mandato in onda un po’ di volte a metà degli anni 70, poi fu dimenticato finché qualche newyorkese intenditore di stile non ne fece una copia pirata dalla TV-on-demand e cominciò farla girare fra i suoi amici. Presto diventò un cult e fu usato come fonte per i layout delle riviste di moda internazionali. Questo ha molto a che fare con la sensibilità eccentrica per il trascorrere del tempo, e il fascino discreto delle “classi sociali superiori” ormai svanito. Non credo che furono dei ragazzi etero a far circolare la videocassetta.
Uno dei più grandi piaceri dell’invecchiare è la capacità di collegare tutti questi riferimenti con chiarezza e velocità. Questo dà una ricchezza alla mia vita che mi permette di comparare e confrontare le tre versioni di “E’ nata una stella” (parlo di quella di George e Judy). Di analizzare l’ingiustizia del licenziamento di Diana Vreeland da Vogue. Di trovare un racconto di Ronald Firbank che non avevo mai letto prima. E poi ci sono momenti fantastici, come quando un giovane apprendista realizza il suo primo riferimento incrociato. Solo l’altro giorno il nostro giovane stagista aveva visto per la sua prima volta Mildred Pierce. Mi ha inviato una e-mail in cui mi dice che l’attrice che interpretava il ruolo di Ida (Eve Arden) era la stessa che interpreta Principal McGee in uno dei suoi preferiti vecchi film: Grease.

E’ nata una stella, davvero.

 

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