| Capitolo 1: Dalla definizione alla condivisione (prima parte) |
|
|
| Scritto da Gianluca Meis |
| Venerdì 09 Novembre 2007 10:37 |
|
“L’etimologia del termine evoca non solo l’idea di un corpo in un contesto spaziale – una pratica, militare o ludica, una situazione di fissazione/scrittura – e in una economia di sguardi (il ritratto), ma anche l’idea della copia, dell’artificio e della ripetibilità (la posa).” Il verbo to camp, per tornare all’inglese, indica qualcosa che la gente fa: è un gusto, un veicolo per significati ironici quasi da iniziati. Il Camp è una particolare forma di estetica, un modo di guardare al mondo e alle cose del mondo. Gusto ed estetica si è detto, ma proprio qui iniziano i problemi. Distinguiamo subito in merito alla definizione di “gusto”: non l’attitudine a discernere pregi e difetti di un’opera d’arte, giacché nel Camp questo discernimento manca, piuttosto il complesso delle tendenze estetiche che caratterizzano un’epoca, una scuola, un autore, nel nostro caso un modo di fruire ed apprezzare situazioni, eccessi, contaminazioni e quanto altro faccia comunicazione, spettacolo, intrattenimento, ma anche modo di vivere, scherzare. Per quanto riguarda l’estetica il campo è ancora più pericoloso: se prendiamo la definizione alla lettera dovremmo occuparci “di ciò che è bello”, ma come spesso capita nel Camp abbiamo a che fare piuttosto con un orrido che incanta, affascina e pericolosamente ci istiga all’emulazione. Una prima definizione strutturata, seppur debitamente distinta in Low e High, la dobbiamo a Christopher Isherwood, nel romanzo “A World in the Evening”. Come sottolinea anche Vieri Razzini, Isherwood “consacra il primato del punto di vista: il Camp lo fa tanto chi agisce quanto chi guarda, ma l’oggetto deve avere di per sé una qualità, una leggibilità Camp”. L’etichetta di Camp è si un attributo definito dall’osservatore, ma l’osservato possiede già in sé un qualcosa, una serie di elementi codificabili, che ci portano all’attribuzione di “gusto” nella seconda eccezione di cui sopra. A Susan Sontag (1967) dobbiamo invece una prima indagine sul campo le cui conclusioni ci portano ad altre considerazioni ancora: "Il Camp non dice che il buono è cattivo o il cattivo buono. Quel che fa è offrire all'arte (e alla vita) un codice diverso e supplementare...Incarna la vittoria dello stile sul contenuto, dell'estetica sulla morale, dell'ironia sulla tragedia". Qui siamo al preteso stravolgimento di fronte, di ciò che sembra ma non è, di quello che appare come unica possibilità conoscitiva, della forma appunto che prevarica il contenuto. Partendo da prese di posizione antitetiche rispetto alla cultura dominante della sua epoca, e alla quale lei stessa d’altra parte apparteneva, la Sontag individua nel Camp qualcosa di più genuinamente popolare di tanta cultura elitaria in voga tra gli anni cinquanta e sessanta in America, e non solo. Camp è l’amore per l’eccessivo, l’eccentrico, per il “fuori posto”. L’art Nouveau in blocco è camp, i disegni di Audrey Beardsley, il lago dei cigni, le regie di Visconti, i vecchi fumetti di Flash Gordon, Ivy Compton-Burnett. Oltre ad un elenco di semplificazioni illustrative, nel suo saggio la scrittrice americana spiegava che esistono tre forme di sensibilità creativa: quella seria (tragica o comica che sia) dell’alta cultura; quella che punta sull’angoscia, la crudeltà, l’alienazione (Sade, Bosch, Artaud) e quella camp: “la sensibilità per la serietà non raggiunta, per la teatralizzazione dell’esperienza”. Spingendo il piede sull’acceleratore la Sontag fa risalire, quella che lei chiama, “sensibilità” Camp al Settecento: “Il Camp affonda le sue radici nel settecento, avendo quel secolo uno straordinario senso dell’artificio, della superficie, della simmetria; esso è spesso arte decorativa, pone l’accento sulla tessitura, sulla superficie sensuosa, e sullo stile a detrimento del contenuto. Il Camp pone ogni cosa tra virgolette (…) è la massima estensione possibile della metafora della vita come teatro.” Arriviamo così ad una sorta di anticipazione del postmoderno con l’affermazione di modi e gusti volgari e banali vestiti di nuovo, arricchiti e serviti con ironia…Tanto da sembrare raffinati. Insomma con la “sensibilità” Camp, Susan Sontag afferma di aver trovato una risposta al quesito: “Come essere Dandy nell’epoca della cultura di massa?”. Un epoca che da Omar Calabrese è stata definita “NeoBarocca”: dove non v’è più certezza (classicismo) subentra la crisi, il dubbio e l’esperimento (barocco); il barocco “degenera”, destabilizza il sistema ordinato contro i “generi”. Un’analisi ricca e a tratti divertente in cui è facile trovare punti di fusione tra star del cinema e nuove tendenze filosofiche, opere di arte contemporanea e teorie matematiche. Il clima ideale che permette a studiosi come Sergio Perri (2000) nel suo saggio sulle Drag Queens di affermare: “Con la sua enfasi sull’artificio, sui materiali, sui corpi, il Camp lancia dunque una sfida a tutti i modelli di identità precostituita, respingendo l’assunto che i segni dell’apparenza fenomenica rivelino la verità delle cose, o degli individui, mettendone in questo caso in luce un “self” reale e stabile. Un “self”, continua Perri di origine gruppo-analitica, dunque di matrice sociale e multipla, mai personale. La condivisione è una caratteristica necessaria all’attribuzione di Camp ad un qualunque evento, situazione o personaggio. La condivisione di una sensibilità, se vogliamo richiamare in causa la Sontag, che accompagna il formarsi di comunità quasi sempre in lotta con un sentire imperante: non a caso quanto detto fin ora va ricondotto alla cultura omosessuale. Articoli più recenti:
Articoli meno recenti:
|